sabato 7 ottobre 2017

Inutilia

Cipro, 2012
Le cose inutili mi hanno sempre creato un certo imbarazzo. Avete presente gli ornamenti ridondanti come colletti, merletti, centrini e soprammobili?
Ricordo l'esatto momento in cui ho dichiarato guerra permanente a questo genere di oggetti: avevo sei anni e insieme a mia madre stavamo scegliendo il grembiule per la prima elementare. Che emozione!
La commessa del negozio di fronte al mercato coperto di Ventimiglia aveva preso a cuore la mia vestizione e aveva iniziato a presentare varianti e orpelli da aggiungere al camicino bianco richiesto dalla scuola: fiocchetti, ricamini, collettini…
Guardavo mia madre- santa donna!- e chiedevo pietà: mi sentivo come un albero di Natale in preda alla furia cosmetica di una famiglia americana dello Utah. Fu allora (e poi anche alle prese coi regali della Prima Comunione) che feci voto di non lasciarmi mai andare all'inutile, tanto soffrii l'imbarazzo del nulla.
A dire il vero ho violato tante volte negli anni quella promessa infantile: certi accessori per una donna sono una droga, ma ho mantenuto la parte che riguarda gli ornamenti per la casa: niente soprammobili, solo libri, gatti, lampade, orologi al massimo. Stop.

Anche rispetto alla mia formazione, negli anni ho cambiato idea sull'utilità: è bastato un aforisma tratto da Aristotele a convincermi che le migliori lezioni da imparare sono quelle che non hanno un'applicazione pratica e immediata. Ciò che non serve a nulla non è servo di nulla.
E così ho iniziato presto ad amare la filosofia come scienza dell'inutile, la letteratura per il culto della parola, la storia come patrimonio umano senza senso e insegnamento se non la compassione e la pietà.

Al contrario e parallelamente ho iniziato a deprecare i dogmi della religione, con tutte quella buone intenzioni e ricompense per la buona volontà. L'operosità evangelica mi ha sempre indispettito molto, così ho cercato di cogliere meglio la questione e- indovinate un po'?- la fonte originale (Luca, 2, 14: Δόξα ἐν ὑψίστοις θεῷ καὶ ἐπὶ γῆς εἰρήνη ἐν ἀνθρώποις εὐδοκίας) non parla affatto di quello che credevo: parla di amore, nessuna 'buona volontà'; non pace in terra agli uomini di buona volontà (vile tarda traduzione!), ma pace per gli uomini che il dio ama.
Per l'ennesima volta, le cose inutili come il greco antico studiato a scuola hanno svoltato le mie convinzioni comuni.

Chissà, magari cambierò idea pure sui soprammobili, del resto la porcellana migliore si ottiene solo da caolino purissimo, decantato per decenni: più inutile di così!

Intanto, per seguire questo revival liceale, mi godo l'esempio più classico di quelle che mi piace chiamare le 'metafore dell'inutilità', Lavandare, di Giovanni Pascoli: il livello massimo di consapevolezza dell'inutile condizione umana.

E per questo sintesi di bellezza pura e libera.

Nel campo mezzo grigio e mezzo nero
resta un aratro senza buoi, che pare
dimenticato, tra il vapor leggero.
E cadenzato dalla gora viene
lo sciabordare delle lavandare
con tonfi spessi e lunghe cantilene:
Il vento soffia e nevica la frasca,
e tu non torni ancora al tuo paese!
quando partisti, come son rimasta!
come l'aratro in mezzo alla maggese.

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