Ho sempre patito i cori di bambini, sin da bambina: non è un irrigidimento presenile, ve lo assicuro. Non mi è mai piaciuto il suono delle voci all'unisono nei cori, a dirla tutta anche di altri cori, ma quelli dei bambini proprio non li digerisco.
Eppure mi è sempre piaciuto cantare.
Forse dipende dal fatto che nella mia infanzia il coro per eccellenza era l'Antoniano, che accompagnava la gara dello Zecchino d'Oro con Mago Zurlì. Era un coro amato da tutti, soprattutto dagli adulti, che lo indicavano ai propri figli come un esempio di bravura e gioia, di impegno e voglia di fare bene, non senza un certo pathos moralistico tipico del piano educativo di tanti genitori di allora.
In più i miei mi hanno sempre lasciato nel dubbio che i bimbi dell'Antoniano fossero orfani del collegio religioso dell'Antoniano, ma invece di abbattersi ed essere tristi, invece di fare capricci per cose futili, cantavano ordinati, sorridenti e intonati.
Disciplinati insomma e tanto sorridenti da essere fastidiosi.
O canti o sorridi, no? Non mi piace chi parla e ride, figuriamoci chi sorride cantando!
Piccolo coro a parte, ancora oggi non apprezzo le gare tra bambini, ma anche in generale le trasmissioni televisive che vedono i bambini come protagonisti: piccoli cantanti, piccoli cuochi, piccoli comici e così via.
Sembrano piacere molto agli adulti, soprattutto un po' avanti negli anni, che trovano teneri i ragazzini in pose da adulti. Io invece non considero affatto divertente vederli scimmiottare gli adulti in competizioni varie e nemmeno commovente o simpatico.
Il mito del bambino come piccolo uomo- ometto, orrenda espressione!- magari agghindato come un mini adulto, mi ha sempre fatto pensare a un arretramento della nostra società e dei diritti umani minimi: un ometto può lavorare e soffrire, non è una creatura da proteggere e difendere, ma è proprio come chiunque altro.
Michele, mio padre, a 8 anni era già al seguito dei suoi fratelli muratori per guadagnarsi qualche spicciolo a spingere carriole piene di macerie nei cantieri stradali del dopo guerra; prima di lui, mio nonno di parte materna, Biagio, a 7 anni fumava tabacco e pochi anni dopo era già emigrato in Francia per imparare il mestiere dello stagnino (ma farà ritorno presto, sentenziando per tutta la vita di aver preferito essere in Italia un piccolo padrone che un grande garzone all'estero): il lavoro minorile è più vicino a noi di quanto pensiamo, non serve rimpiangere l'infanzia negata della nostra storia mettendo in scena, nella migliore delle ipotesi, le proiezioni di frustrazione di alcuni genitori su potenziali piccoli artisti.
Ai bambini spettano almeno il piacere del gioco e dell'infanzia, non sarebbe il minimo che dobbiamo loro?
Eppure mi è sempre piaciuto cantare.
Forse dipende dal fatto che nella mia infanzia il coro per eccellenza era l'Antoniano, che accompagnava la gara dello Zecchino d'Oro con Mago Zurlì. Era un coro amato da tutti, soprattutto dagli adulti, che lo indicavano ai propri figli come un esempio di bravura e gioia, di impegno e voglia di fare bene, non senza un certo pathos moralistico tipico del piano educativo di tanti genitori di allora.
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| Album di famiglia |
Disciplinati insomma e tanto sorridenti da essere fastidiosi.
O canti o sorridi, no? Non mi piace chi parla e ride, figuriamoci chi sorride cantando!
Piccolo coro a parte, ancora oggi non apprezzo le gare tra bambini, ma anche in generale le trasmissioni televisive che vedono i bambini come protagonisti: piccoli cantanti, piccoli cuochi, piccoli comici e così via.
Sembrano piacere molto agli adulti, soprattutto un po' avanti negli anni, che trovano teneri i ragazzini in pose da adulti. Io invece non considero affatto divertente vederli scimmiottare gli adulti in competizioni varie e nemmeno commovente o simpatico.
Il mito del bambino come piccolo uomo- ometto, orrenda espressione!- magari agghindato come un mini adulto, mi ha sempre fatto pensare a un arretramento della nostra società e dei diritti umani minimi: un ometto può lavorare e soffrire, non è una creatura da proteggere e difendere, ma è proprio come chiunque altro.
Michele, mio padre, a 8 anni era già al seguito dei suoi fratelli muratori per guadagnarsi qualche spicciolo a spingere carriole piene di macerie nei cantieri stradali del dopo guerra; prima di lui, mio nonno di parte materna, Biagio, a 7 anni fumava tabacco e pochi anni dopo era già emigrato in Francia per imparare il mestiere dello stagnino (ma farà ritorno presto, sentenziando per tutta la vita di aver preferito essere in Italia un piccolo padrone che un grande garzone all'estero): il lavoro minorile è più vicino a noi di quanto pensiamo, non serve rimpiangere l'infanzia negata della nostra storia mettendo in scena, nella migliore delle ipotesi, le proiezioni di frustrazione di alcuni genitori su potenziali piccoli artisti.
Ai bambini spettano almeno il piacere del gioco e dell'infanzia, non sarebbe il minimo che dobbiamo loro?

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