martedì 22 agosto 2017

Ricchezza da cammelli

Singapore, 2019
Sin da giovane le contraddizioni hanno sempre attirato la mia attenzione.

Ho già scritto di aver avuto la fortuna di frequentare la scuola più bella del mondo con alcuni Maestri che ancora ricordo benissimo- forse si tratta piuttosto di rielaborazioni dei loro insegnamenti, ma non è poi così importante la differenza se ancora oggi mi accompagna con convinzione la bontà di quanto appreso!-, di cui sicuramente il prof. F. 'Ciccio' I., docente di letteratura italiana, per me è stato il più carismatico e memorabile.
Il mitico professore era un cantore del buon gusto e della bellezza, del godimento dell'arte e dei piaceri, intellettuali o materiali che fossero: abiti, oggetti, spettacoli, donne, uomini, film, libri, viaggi, automobili, sigari, cibo… Nella religione del professor F.I. tutto ciò che è bello (e magari anche costoso) è nutrimento per l'anima e unico motivo per restare vivi giorno dopo giorno: gli devo ancora oggi tutto quello che so sulla bellezza e la trasgressione, mi ha sedotto e istruito a ogni singola lezione: mai sottotono, mai dimesso.
F.I. con i suoi vizi e le sue convinzioni proveniva di certo da una famiglia per bene, possiamo dire benestante.

Ed era comunista.

Ecco, a 16 anni, la contraddizione di cui ho chiesto conto al mio professore è stata questa: come si conciliano ricchezza e comunismo?
Era una domanda ingenua, da figlia del popolo e con il mito del pauperismo (non per forza di matrice cattolica, sia chiaro, perché la storia del cammello e del suo passaggio attraverso la cruna di un ago, credo che i primi ad averla accantonarla per timore di perdere fan sono stati proprio i cattolici e il mercato delle indulgenze nei secoli forse è un piccolo segno del prezzo della ricchezza in questo senso), ma Ciccio allora non trovò altra risposta se non questa, onestissima e furbissima: "Signorina Liguori, lei ha ragione, ma io amo troppo le belle cose per rinunciare. Il comunismo dovrebbe redistribuire bellezza più che ricchezza!".

Il nodo ricchezza- uguaglianza- solidarietà- giustizia sociale- comunismo non ha mai trovato secondo me uno scioglimento convincente e univoco, pur nella sua semplicità teorica, tanto che negli anni, in modo per lo più propagandistico, è stato rimproverato a diversi leader della sinistra italiana lo stesso appunto che io stessa avevo mosso al mio divino professore: a D'Alema la stampa ricordava polemicamente di avere passioni troppo costose (scarpe e barche a vela), ma già con Bertinotti e le sue compagnie salottiere non proprio francescane si era più indulgenti (adesso poi che lo stesso Bertinotti e Giovanni Lindo Ferretti militano insieme in Comunione e Liberazione, cosa si può più dire?!); sulla paura che i comunisti avrebbero "tolto ai ricchi per dare ai poveri" Berlusconi aveva addirittura imbastito un paio di campagne elettorali davvero fuori tempo massimo.
L'eurocomunismo italiano aveva di sicuro risolto il problema almeno una ventina d'anni prima del Cavaliere, se il Segretario più amato di sempre, Enrico Berlinguer, non si possa certo considerare un povero diavolo per provenienza familiare e sociale.

Nonostante tutto continuo ad avere una grande diffidenza verso la ricchezza (e relativi stili di vita e di consumo) e mi chiedo ancora se gli interessi di una maggioranza di persone non abbienti, se non indigenti (il 99% secondo un noto movimento americano), possano essere affidati ai ricchi.
Strana espressione, i ricchi… Chi sono? Cosa fanno? Lo sono per nascita o questa etichetta non vale se si è fatta fortuna col lavoro?
Ma poi, i ricchi lavorano?

Nella nostra cultura nobiliare antica, addirittura di origine romana, è ricco colui che può concedersi di non lavorare e quindi di dedicarsi all'otium, un tempo dilatato e piacevole fatto di arte, studio, letture e scrittura; mentre al lavoro viene data soltanto una definizione in negativo con la parola negotium.
La riforma protestante prima e la rivoluzione francese poi hanno decretato definitivamente la vittoria della cultura borghese sulla tradizione nobiliare, con relativo ribaltamento dei valori del lavoro e dell'operosità anche rispetto al favore divino: da allora l'ozio è un vizio che può solo portare alla noia e all'odio- letteralmente in odio-, alla dissolutezza e alla morte e gli artisti non sono più dei nobili cui è concesso di poetare, ma dei venditori di arte.

Forse il mio professore aveva ragione, la bellezza dovrebbe essere fornita dallo Stato, ma resta il fatto che ancora oggi in fondo la madre delle ingiustizie risiede banalmente nella distribuzione della ricchezza.
Perché chi la detiene dovrebbe concederne a chi non ce l'ha? Chi mai sarebbe capace di decidere fino a che punto è giusto privarsene e in favore di chi? La ricchezza diffusa è auspicabile, oppure è meglio un calmiere per tutti?

Personalmente non ho ancora risolto intimamente il dilemma sul fidarsi o meno della ricchezza e dei ricchi. Nonostante anche io ami alcuni oggetti belli e costosi, senza però sentirmi invidiosa per chi può avere tutto senza limiti, oppure alcune prerogative culturali di un certo livello sociale, mi sento davvero a mio agio con chi può sperperare per una borsa l'equivalente del mio intero stipendio?
C'è un
a questione morale su questo punto così banale e terreno?

La vera lotta di classe è una sola: tra ricchezza e povertà.

Nessun commento: