| Delfi, 2016 |
Nell'ultimo periodo mi è successo già due volte: la prima si parlava di mance. Alcuni lavoratori lamentavano il divieto da parte della loro azienda ad accettare la mancia e consideravano questa rigidità come ingiusta: si tratta di arrotondare e poi non è altro che il riconoscimento della professionalità da parte dei destinatari del servizio…
Senza voler sminuire le competenze di nessuno, a me pareva comunque una forma di illegalità, di "nero" insomma.
Di solito credo alle battaglie che peroro e quella per la legalità è una di queste.
L'altro giorno invece si parlava di una nuova assunzione in un'azienda: la persona scelta era la sorella di un'impiegata nella stessa azienda e avrebbero lavorato fianco a fianco nello stesso reparto.
Il massimo della buona collaborazione ed efficienza: quale relazione dà maggiore garanzia di fiducia della parentela?
Nulla di scandaloso se l'azienda non fosse più che altro una Onlus e potesse (o dovesse?) ricollocare qualcuno con una situazione di bisogno più importante della prescelta.
Tra la legittimità di un'azione e la sua opportunità c'è una piccola grande distanza, un rivoletto che porterebbe acqua a un villaggio deserto se non venisse interrato per un interesse maggiore.
Nel Vangelo le parole ipocrisia e ipocrita ricorrono molte volte e vengono quasi sempre pronunciate da Gesù: è ipocrita chi porta una maschera e nasconde i suoi veri pensieri, chi è attore, letteralmente, senza essere su un palco.
Risulta paradossale come le culture di tradizione cattolica abbiano eliso felicemente il concetto di ipocrisia, praticando quotidianamente la nobile arte del sotto-pensiero. Forse è solo perdono.
Credo che la mia rigidità abbia a che fare direttamente con la coerenza: quella corrispondenza tra ciò che si pensa, si dice e si fa.
Roba per ingenui, gente precisetta e senza esperienza della vita.
Sono rigida io o incoerenti loro?
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