Lo sciopero della grande distribuzione mi ha dato una volta di più l'occasione per fare alcune riflessioni sulle donne e sul lavoro.
Le motivazioni dello sciopero sono le più tradizionali, il (mancato) rinnovo del contratto collettivo con un contesto complicato e variegato di controparti aziendali.
Non sono le condizioni oggettive o soggettive della vertenza ad avermi stupito, quanto piuttosto gli articoli su stampa locale e nazionale, gli interventi di alcuni giornalisti sui social e i commenti di bloggers più o meno addetti ai lavori: la rappresentazione del mondo del lavoro nel commercio, insomma.
Un lavoro che conosco da vicino, direttamente e da anni.
A partire dai titoli degli articoli a caccia dell'attenzione dei lettori. Titoli che suonano in modo improbabile e grottesco: 'La rabbia delle cassiere', 'La riscossa delle commesse' e simili.
Alcuni commenti più qualificati apprendono invece con stupore la presa di posizione di tante donne, giovani e non, che per la prima volta si ribellano. Ed elogiano la scelta dello sciopero, perché finalmente hanno dato dignità al loro lavoro.
Bontà loro.
Davvero i cari commentatori magnifici e progressivi pensano che le commesse e le cassiere abbiano preso solo ora a cuore la propria sorte lavorativa?
Con questi commenti dimostrano di non conoscere affatto il mondo del lavoro nel commercio oggi, dove ci sono migliaia di addetti che non sono solo cassiere e commesse, ma decine di altre figure professionali.
Forse mentre fanno shopping di domenica negli iper mercati questi giornalisti illuminati non hanno mai fatto davvero attenzione al ciclo produttivo di un centro commerciale e alla sua complessità, così come non hanno nemmeno mai guardato in faccia chi batte il loro scontrino.
Da alcuni interventi letti in questi giorni sembra ancora una volta che il lavoro nel terziario, che sia commercio o turismo oppure servizi di qualunque genere, non sia oggetto di rivendicazioni sindacali perché caratterizzato da precarietà, ma anche perché, forse, non è considerato un lavoro vero, ma solo il lavoretto di conciliazione per donne con famiglia o per giovani studenti di passaggio verso il lavoro della vita.
Insomma non è un lavoro per uomini!
Il Lavoro è a tempo pieno nell'industria oppure negli uffici di una pubblica amministrazione o delle grandi banche e aziende private, dove davvero la lotta sindacale di massa o il potere di contrattazione legato alla qualifica professionale sono alti.
Cosa vorranno le commesse del super mercato? Non possono trovarsi un altro lavoro?
Il lavoro nei servizi non è sinonimo di servitù.
Il lavoro è sempre dignità! Senza discriminazioni.
In questi giorni mi pare doveroso ricordarlo.
Le motivazioni dello sciopero sono le più tradizionali, il (mancato) rinnovo del contratto collettivo con un contesto complicato e variegato di controparti aziendali.
Non sono le condizioni oggettive o soggettive della vertenza ad avermi stupito, quanto piuttosto gli articoli su stampa locale e nazionale, gli interventi di alcuni giornalisti sui social e i commenti di bloggers più o meno addetti ai lavori: la rappresentazione del mondo del lavoro nel commercio, insomma.
Un lavoro che conosco da vicino, direttamente e da anni.
A partire dai titoli degli articoli a caccia dell'attenzione dei lettori. Titoli che suonano in modo improbabile e grottesco: 'La rabbia delle cassiere', 'La riscossa delle commesse' e simili.
Alcuni commenti più qualificati apprendono invece con stupore la presa di posizione di tante donne, giovani e non, che per la prima volta si ribellano. Ed elogiano la scelta dello sciopero, perché finalmente hanno dato dignità al loro lavoro.
Bontà loro.
Davvero i cari commentatori magnifici e progressivi pensano che le commesse e le cassiere abbiano preso solo ora a cuore la propria sorte lavorativa?
Con questi commenti dimostrano di non conoscere affatto il mondo del lavoro nel commercio oggi, dove ci sono migliaia di addetti che non sono solo cassiere e commesse, ma decine di altre figure professionali.
Forse mentre fanno shopping di domenica negli iper mercati questi giornalisti illuminati non hanno mai fatto davvero attenzione al ciclo produttivo di un centro commerciale e alla sua complessità, così come non hanno nemmeno mai guardato in faccia chi batte il loro scontrino.
Da alcuni interventi letti in questi giorni sembra ancora una volta che il lavoro nel terziario, che sia commercio o turismo oppure servizi di qualunque genere, non sia oggetto di rivendicazioni sindacali perché caratterizzato da precarietà, ma anche perché, forse, non è considerato un lavoro vero, ma solo il lavoretto di conciliazione per donne con famiglia o per giovani studenti di passaggio verso il lavoro della vita.
Insomma non è un lavoro per uomini!
Il Lavoro è a tempo pieno nell'industria oppure negli uffici di una pubblica amministrazione o delle grandi banche e aziende private, dove davvero la lotta sindacale di massa o il potere di contrattazione legato alla qualifica professionale sono alti.
Cosa vorranno le commesse del super mercato? Non possono trovarsi un altro lavoro?
Il lavoro nei servizi non è sinonimo di servitù.
Il lavoro è sempre dignità! Senza discriminazioni.
In questi giorni mi pare doveroso ricordarlo.

Nessun commento:
Posta un commento