martedì 8 settembre 2015

Feltrinelli

Londra, 2014
Una delle aziende che mi capita di frequentare per diversi motivi è La Feltrinelli: shopping, curiosità, sindacato, assemblee.

Questo nome mi ha sempre fatto pensare al compagno Osvaldo e alla sua vita per la resistenza. Vita da "ragazzo ricco", ma pur sempre partigiano.
Non posso non dedicargli un pensiero a ogni libro della casa editrice dei suoi discendenti che mi capiti tra le mani, oppure davanti alle insegne delle librerie passeggiando in città.

Cosa sanno di Giangiacomo i manager della Feltrinelli?
E i clienti?

Non so nemmeno immaginare l'ossessione e l'angoscia che devono averlo attraversato in quei tre anni scarsi che dai morti innocenti della bomba di Piazza Fontana lo portano alla sua, di morte.


Ossessionato dal golpe e dalla perdita della libertà.

Ho avuto solo un lontanissimo fremito di quella sensazione due inverni fa a Torino, quando quella specie di movimento spontaneo, che hanno chiamato Forconi, all'inizio di dicembre del 2013, ha occupato alcune vie, incroci, piazze e supermercati della mia città. Teste rasate, forzinovisti, ultras e altri personaggi assurdi con bandiere italiane, svastiche, camicie nere e accenti improbabili hanno preso per un giorno il controllo di alcune strade pubbliche di Torino.

Ho pensato spesso a Osvaldo, all'inquietudine.

A come poi sia stato neutralizzato. Al traliccio di Segrate.

A Pino Pinelli. Alle accuse infamanti e ai depistaggi.

Alle morti inutili che sono seguite.

Al commissario Calabresi, assassinato a due mesi di distanza da Giangiacomo Feltrinelli.

Nel 1972 Elena e Michele si sposavano e ignoravano felicemente- e in certo qual modo anche giustamente- Osvaldo, Pino e Luigi.

E ancora lo fanno.

Nessun commento: