| Londra, 2014 |
Questo nome mi ha sempre fatto pensare al compagno Osvaldo e alla sua vita per la resistenza. Vita da "ragazzo ricco", ma pur sempre partigiano.
Non posso non dedicargli un pensiero a ogni libro della casa editrice dei suoi discendenti che mi capiti tra le mani, oppure davanti alle insegne delle librerie passeggiando in città.
Cosa sanno di Giangiacomo i manager della Feltrinelli?
E i clienti?
Non so nemmeno immaginare l'ossessione e l'angoscia che devono averlo attraversato in quei tre anni scarsi che dai morti innocenti della bomba di Piazza Fontana lo portano alla sua, di morte.
Ossessionato dal golpe e dalla perdita della libertà.
Ho avuto solo un lontanissimo fremito di quella sensazione due inverni fa a Torino, quando quella specie di movimento spontaneo, che hanno chiamato Forconi, all'inizio di dicembre del 2013, ha occupato alcune vie, incroci, piazze e supermercati della mia città. Teste rasate, forzinovisti, ultras e altri personaggi assurdi con bandiere italiane, svastiche, camicie nere e accenti improbabili hanno preso per un giorno il controllo di alcune strade pubbliche di Torino.
Ho pensato spesso a Osvaldo, all'inquietudine.
A come poi sia stato neutralizzato. Al traliccio di Segrate.
A Pino Pinelli. Alle accuse infamanti e ai depistaggi.
Alle morti inutili che sono seguite.
Al commissario Calabresi, assassinato a due mesi di distanza da Giangiacomo Feltrinelli.
Nel 1972 Elena e Michele si sposavano e ignoravano felicemente- e in certo qual modo anche giustamente- Osvaldo, Pino e Luigi.
E ancora lo fanno.
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