mercoledì 16 agosto 2017

Matrimonio a prima vista

Vi ho già confessato la mia passione per la TV estiva, quella parentesi di divertissement estremo al solo scopo di intrattenimento: cazzeggio insomma!

Tutto sommato la televisione fa parte del bagaglio di cultura generale di ogni ragazzino cresciuto negli anni '80 e io ho superato da anni le pose da universitaria alternativa, quindi posso tranquillamente parlarvi dell'altro must della mia estate: Matrimonio a prima vista.

La trasmissione in Italia è alla seconda edizione e ha pretese di esperimento sociale con tanto di pool di esperti- uno psicologo, una sessuologa e uno psichiatra- e premesse metodologiche "scientifiche" (raccolta dati, analisi del campione, scelta accurata dei partecipanti): in pratica 3 coppie vengono formate dagli esperti in base a criteri di compatibilità (eehhh???!!!) e i partecipanti accettano di conoscere il partner scelto per loro soltanto il giorno del matrimonio.
Avete capito bene: un matrimonio civile vero e proprio.
Il reality si articola poi nel seguire le vicende dei novelli sposini per 5 settimane, dopodiché agli sposi viene richiesto di scegliere se continuare il matrimonio oppure divorziare (si spera che le spese siano incluse nell'ingaggio del casting).

Torino, 2016
Oltre all'assurdità del format- al quale però non si è obbligati a partecipare e non si viene convocati a forza, immagino-  ci sono alcune premesse di fondo che mi sconvolgono particolarmente: innanzitutto gli autori darebbero per assunta l'attuale crisi del matrimonio, per numero di celebrazioni e durata, e giudicandola una cosa brutta, la trattano come un problema da risolvere su richiesta di una moltitudine di single incapaci di trovare la persona "giusta"; per seconda premessa, ritengono che matrimoni stabili si possano creare a tavolino con coppie compatibili per intenzioni e aspettative e affidano agli "esperti" la selezione di soggetti fortemente motivati in tal senso.
Queste premesse sono sviluppate e analizzate dagli stessi esperti (tra l'altro non mi è chiaro di cosa siano esperti: di matrimonio?!) in argomentazioni che vedono nei tempi moderni e nell'incapacità di impegnarsi a lungo termine le chiavi per spiegare la poca fortuna che ormai il matrimonio avrebbe nelle giovani generazioni.
Pensate, che profondità di contenuti!
L'impianto tematico a corredo e commento dell'intero programma è quindi un continuo sciorinamento di situazioni e opinioni stereotipate sul matrimonio: il bisogno femminile ancestrale di un uomo protettivo e virile, il moralismo sull'autonomia economica della moglie e su chi debba rinunciare a lavoro e famiglia di origine per il nuovo nucleo, l'etica del sacrificio per l'altro e per la famiglia e simili amenità.

Ora, sintetizzando e anticipando gli esiti del presunto esperimento sociale, la soluzione suggerita sarebbe il matrimonio combinato? Per far funzionare il matrimonio (per gli autori e gli esperti del programma sembrerebbe che matrimonio di successo voglia dire durata e progettualità, di cui la crescita insieme dei figli sarebbe il core business) si dovrebbe tornare all'organizzazione delle unioni su basi come economicità e opportunità?
Un bellissimo excursus sul matrimonio borghese si trova in quel libro dei libri che è La scuola Cattolica di Edoardo Albinati: da quando la nostra società attuale ha delegato ai valori di amore e felicità i criteri di scelta incondizionati per prendere moglie o marito, sarebbero venuti meno i capisaldi storici del matrimonio, riassumibili in stabilità e durata. Senza passione non ci sarà dolore per il tradimento, né risentimento o rancore fino alla separazione; i figli avranno equilibrio e una coppia tranquilla di genitori. Se poi col tempo si impara a volersi bene, tanto meglio!

Certo, perché quando parliamo di matrimonio combinato non si parla solo e soltanto di società Indiana e di caste induiste! Nella nostra Italia di pochi decenni fa si celebravano ancora matrimoni su commissione, retaggio di una tradizione culturale millenaria, anche nel civilissimo nord: dove sono nata io, per esempio, nell'entroterra e nei paesi più piccoli delle vallate, le famiglie erano così poche e poco numerose nel secondo dopoguerra che quasi tutti erano imparentati tra loro. Per evitare di avvicinarsi paurosamente all'incesto, si poteva fare ricorso alla figura del sensale, di solito un uomo immigrato dal Meridione che poteva conciliare due esigenze: la necessità di sangue nuovo da parte degli scapoli d'oro e il bisogno di sopravvivere di famiglie poverissime in cerca di fortuna per i propri figli e figlie...
Nell'antica Grecia e a Roma e poi fino alla storia recente del nostro sud, i sensali (proxenetès nella tradizione classica e cioè letteralmente facilitatori per gli ospiti, ambasciatori) facevano intermediazione di affari di tutti i tipi e venivano utilizzati anche per organizzare matrimoni: quando mancavano le donne nell'antichità si ricorreva al rapimento a scapito di altre comunità (chi non ricorda il mitico ratto delle Sabine?), mentre un'evoluzione del ratto in tempi di pace è di sicuro lo scambio.

Con l'immigrazione dal sud al nord Italia (e in giro ovunque negli Stati Uniti, in Australia e in Europa) sono arrivate ovviamente pure le usanze, come i santi tipici (il Carmelo per esempio) e i sensali: tante coppie anziane del paese dove ho vissuto dalle superiori in poi, ma anche a Ventimiglia, erano state formate tra giovani calabresi e uomini "locali", nonostante la diffidenza e i pregiudizi di quegli anni, quasi mai quindi matrimoni d'amore...

Dovremmo ricordarci meglio da dove arriviamo e di quali tradizioni siamo figli e nipoti, eviteremmo di odiare persone e situazioni che in realtà ci appartengono direttamente, almeno per provare finalmente a superarle.

Proxénos era anche colui che accoglieva: l'integrazione allora si faceva anche così, forse oggi potremmo fare di meglio.

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