Sono cresciuta tra i muratori nei cantieri: papà e zii lo erano e da piccolissima ho familiarizzato con tutti gli attrezzi del mestiere, che mio padre conserva ancora in ordine maniacale nel garage di casa.
Tra le prime parole che ho imparato a pronunciare, ovviamente storpiata, come per il mio nome (Ciabumella) o quello del mio film preferito (Pinoccono), c'era tambumbo: cemento.
Ricordo benissimo come mi ipnotizzasse guardare girare l'impasto e come amavo saltare dentro la carriola alla prima occasione. E quanto ne ridessero gli adulti!
Avevo una passione sfrenata per la lenza blu con cui mio padre marcava le armature di legno di centine e altri pezzi e di come le sue matite rosse da muratore (carpentiere, please!) avessero su di me il fascino dell'arte.
Mio padre con la sua cintura scamosciata, le bolle e tutto il suo saper fare era il mio eroe creativo e capace di tutto. E infatti a casa nostra si arrangiava a fare tutto, oltre ovviamente alla sua professione, tranne la pittura, quella no, per quella c'ero io con mia grande gioia: e via con minio, vernici, cancelli, inferriate, corrimano, ma anche pareti di cantina e garage. Era divertente e poi sollevavo il maestro da quel compito da boccetta.
Michele ha fatto lavori davvero da mastro nella sua carriera di muratore: rivestimenti in pietra, cucine in muratura, scale in ardesia su disegno di architetti veri (non progetti da geometri, attenzione!), opere private e pubbliche, aiuole, ristrutturazioni per ricchi stranieri, anche ville fantasmagoriche per artisti dal nord Europa. E tanti tetti.
Era l'uomo di punta della ditta per cui lavorava. Impertinente, eh! Non stava mai zitto nemmeno coi clienti, a cui doveva far sapere la sua opinione quasi sempre- come Banana!- ma troppo abile per fare a meno della sua esperienza.
Da ragazzino l'esperienza delle scale a chiocciola in cemento gli aveva dato una marcia in più: erano gli anni '60 della Riviera e un veneto emigrato in Liguria in cerca di fortuna aveva brevettato un marchio di fabbrica, le Scale Salvador. Mio padre era stato assunto come apprendista e aveva girato mezzo nord Italia con l'inventore: più che un capo era il padre mai conosciuto, buono e comprensivo come un nonno, il vecchio Salvador aveva insegnato a Michele un mestiere in cui contavano precisione e capacità di preparazione dei pezzi, ma anche a guidare e a conoscere il mondo, nonostante i maggiori clienti delle scale elicoidali fossero i preti e le parrocchie!
Crescere con questa mitologia del lavoro mi ha fatto bene: ho un rispetto e un amore totali per il lavoro manuale.
Sono tornata in cantiere da archeologa, parecchi anni dopo i miei viaggi sulla carriola. Ho anche seguito un corso di perfezionamento in una Scuola Edile, io che della Cassa Edile sapevo tutto, perché ne prendevo le borse di studio.
Dei cantieri archeologici degli anni universitari ricordo il dilettantismo, la negazione del lavoro a uso e consumo dei baroncini universitari: un insegnamento opposto a quello che avevo ricevuto dall'esempio vissuto di mio padre. Davvero c'è stato il '68 nelle nostre Università?
Pensare che la mia prima volta in uno scavo archeologico toscano (prestigiosa scuola senese anni 2000, per carità) ai partecipanti- tutti volontari cui si faceva pure passare la selezione per grande privilegio- fosse richiesta pure un'assicurazione anti infortuni. Povera 626, che scempio!
Questi alcuni cardini degli scavi archeologici universitari e para- universitari (associazioni ed enti di ricerca vari) di quegli anni: nessuna misura di sicurezza, buona volontà e sacrificio da Sette Nani al lavoro in miniera, gratitudine per la possibilità offerta e, mio Dio, niente scarpe protettive, rovinerebbero gli strati!
Ho iniziato così a maturare diffidenza verso certi universitari... Ed ero solo al primo anno! Come si poteva trasformare il lavoro degli altri in un gioco da magnati ottocenteschi?
Ecco perché dopo la laurea ho deciso di smetterla con le campagne di scavo a puro scopo di ricerca, con cui pomposamente venivano definiti i cantieri archeologici universitari, e ho preferito cercare di guadagnarmi da vivere con la professione di archeologa.
Scelta disprezzata: i miei compagni del dottorato di ricerca, tutti storici, quindi già piuttosto snob verso gli archeologi, mi additavano come mercenaria.
In quelle campagne di scavo (di solito assistenza archeologica, prospezioni di superficie, saggi vari, scavi di emergenza, etc) finalmente ci si confrontava col mondo del lavoro, di cui ovviamente l'archeologo di turno- e quindi anch'io- era quello col titolo di studio più alto, ma col "salario" più basso: sono stati gli anni del precariato più deprimente e delle forme contrattuali più becere.
Nelle aziende che fornivano le consulenze archeologiche per cui ho lavorato, per lo più cooperative, regnava lo stesso dilettantismo da scout delle università, da cui evidentemente provenivano convinti i fondatori: case improvvisate e in comune con sconosciuti da tutta Italia, olè!
Nella catena sociale del cantiere, invece, vigeva il puro e semplice classismo e la gerarchia era anche una questione di nazionalità: capo cantiere italianissimo e attempato (uno per tutti il mitico Olindo di Parma, di cui magari racconterò); capo squadra giovane e spregiudicato, di solito allora di provenienza albanese; ruspisti e camionisti di nuovo italiani; operai semplici marocchini e romeni (Abib quello che ricordo come archetipo anche per nome, vessato e perculato da chiunque elencato prima).
Fuori dai ranghi io, l'archeologa: unica donna e sottopagata.
Sed carmina non dant panem.
Tra le prime parole che ho imparato a pronunciare, ovviamente storpiata, come per il mio nome (Ciabumella) o quello del mio film preferito (Pinoccono), c'era tambumbo: cemento.
Ricordo benissimo come mi ipnotizzasse guardare girare l'impasto e come amavo saltare dentro la carriola alla prima occasione. E quanto ne ridessero gli adulti!
Avevo una passione sfrenata per la lenza blu con cui mio padre marcava le armature di legno di centine e altri pezzi e di come le sue matite rosse da muratore (carpentiere, please!) avessero su di me il fascino dell'arte.
Mio padre con la sua cintura scamosciata, le bolle e tutto il suo saper fare era il mio eroe creativo e capace di tutto. E infatti a casa nostra si arrangiava a fare tutto, oltre ovviamente alla sua professione, tranne la pittura, quella no, per quella c'ero io con mia grande gioia: e via con minio, vernici, cancelli, inferriate, corrimano, ma anche pareti di cantina e garage. Era divertente e poi sollevavo il maestro da quel compito da boccetta.
Michele ha fatto lavori davvero da mastro nella sua carriera di muratore: rivestimenti in pietra, cucine in muratura, scale in ardesia su disegno di architetti veri (non progetti da geometri, attenzione!), opere private e pubbliche, aiuole, ristrutturazioni per ricchi stranieri, anche ville fantasmagoriche per artisti dal nord Europa. E tanti tetti.
Era l'uomo di punta della ditta per cui lavorava. Impertinente, eh! Non stava mai zitto nemmeno coi clienti, a cui doveva far sapere la sua opinione quasi sempre- come Banana!- ma troppo abile per fare a meno della sua esperienza.
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| Album di famiglia |
Crescere con questa mitologia del lavoro mi ha fatto bene: ho un rispetto e un amore totali per il lavoro manuale.
Sono tornata in cantiere da archeologa, parecchi anni dopo i miei viaggi sulla carriola. Ho anche seguito un corso di perfezionamento in una Scuola Edile, io che della Cassa Edile sapevo tutto, perché ne prendevo le borse di studio.
Dei cantieri archeologici degli anni universitari ricordo il dilettantismo, la negazione del lavoro a uso e consumo dei baroncini universitari: un insegnamento opposto a quello che avevo ricevuto dall'esempio vissuto di mio padre. Davvero c'è stato il '68 nelle nostre Università?
Pensare che la mia prima volta in uno scavo archeologico toscano (prestigiosa scuola senese anni 2000, per carità) ai partecipanti- tutti volontari cui si faceva pure passare la selezione per grande privilegio- fosse richiesta pure un'assicurazione anti infortuni. Povera 626, che scempio!
Questi alcuni cardini degli scavi archeologici universitari e para- universitari (associazioni ed enti di ricerca vari) di quegli anni: nessuna misura di sicurezza, buona volontà e sacrificio da Sette Nani al lavoro in miniera, gratitudine per la possibilità offerta e, mio Dio, niente scarpe protettive, rovinerebbero gli strati!
Ho iniziato così a maturare diffidenza verso certi universitari... Ed ero solo al primo anno! Come si poteva trasformare il lavoro degli altri in un gioco da magnati ottocenteschi?
Ecco perché dopo la laurea ho deciso di smetterla con le campagne di scavo a puro scopo di ricerca, con cui pomposamente venivano definiti i cantieri archeologici universitari, e ho preferito cercare di guadagnarmi da vivere con la professione di archeologa.
Scelta disprezzata: i miei compagni del dottorato di ricerca, tutti storici, quindi già piuttosto snob verso gli archeologi, mi additavano come mercenaria.
In quelle campagne di scavo (di solito assistenza archeologica, prospezioni di superficie, saggi vari, scavi di emergenza, etc) finalmente ci si confrontava col mondo del lavoro, di cui ovviamente l'archeologo di turno- e quindi anch'io- era quello col titolo di studio più alto, ma col "salario" più basso: sono stati gli anni del precariato più deprimente e delle forme contrattuali più becere.
Nelle aziende che fornivano le consulenze archeologiche per cui ho lavorato, per lo più cooperative, regnava lo stesso dilettantismo da scout delle università, da cui evidentemente provenivano convinti i fondatori: case improvvisate e in comune con sconosciuti da tutta Italia, olè!
Nella catena sociale del cantiere, invece, vigeva il puro e semplice classismo e la gerarchia era anche una questione di nazionalità: capo cantiere italianissimo e attempato (uno per tutti il mitico Olindo di Parma, di cui magari racconterò); capo squadra giovane e spregiudicato, di solito allora di provenienza albanese; ruspisti e camionisti di nuovo italiani; operai semplici marocchini e romeni (Abib quello che ricordo come archetipo anche per nome, vessato e perculato da chiunque elencato prima).
Fuori dai ranghi io, l'archeologa: unica donna e sottopagata.
Sed carmina non dant panem.

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