venerdì 29 marzo 2019

Contro la verginità

La verginità non è un valore.

Credo che questa sia un'affermazione ovvia nel 2019 in uno stato laico del nostro emisfero, eppure mi sento in dovere di scrivere un post contro la verginità. Proprio oggi, venerdì 29 marzo 2019.

Forse sarà l'atmosfera retrograda e sessista di questi ultimi mesi, con gli assunti del decreto Pillon e le accuse da parte di molti politici contro il lavoro femminile come causa del calo della natalità nel nostro Paese.
Forse sarà l'annessa proposta di riaprire le "case di tolleranza" per riportare ordine e pulizia per strada e nelle case delle famiglie bene.
Forse saranno le notizie di cronaca relative ai femminicidi, sempre uguali a se stesse, sempre gravi, per cui ormai fanno scalpore di più gli esiti giudiziari strampalati e inaccettabili dei delitti stessi (le attenuanti se ti stuprano e sei bruttina; la riduzione della pena se l'assassino è colto da "tempesta emotiva"; il fatto probante per cui se non hai gridato, allora non era chiaro il tuo rifiuto del rapporto e risulti quindi consenziente e altre simili amenità che descrivono il livello bassissimo di consapevolezza e considerazione dei rapporti tra uomini e donne).
Forse sarà il Congresso Mondiale delle famiglie di domani a Verona, in cui si condannano come demoni satanici che minano la 'famiglia naturale' il diritto di aborto, l'autodeterminazione, l'emancipazione e pure l'omossessualità.
Forse sarà stato lo sciopero globale transfemminista dell'8 marzo, snobbato anche da molti illuminati e progressisti, ad aver radicalizzato i miei pensieri.
Roma, 2012

Insomma, prima che ci impongano per legge la verginità fino al matrimonio e il divieto di divorziare come unica tutela del nostro onore (sia mai imporre comportamenti non violenti o minimamente non animali agli uomini), è servita la mia opinione non richiesta sulla verginità.

Non ho mai trovato niente di romantico nel dono della verginità, anzi, ho sempre e solo notato nei racconti storici e letterari la violenza e l'intromissione  dell'usanza di esporre le lenzuola della prima notte di nozze come prova cara alla cultura patriarcale, unica garanzia di origine della figliolanza che il matrimonio come istituzione storica aveva la funzione di assicurare.
Non ho nemmeno mai considerato la verginità stessa un dono e non mi è neanche mai sembrato chiaro perchè per un uomo dovrebbe essere così affascinante essere il primo, a meno che non si inquadri il tutto nel contesto più ampio dell'ideologia paternalista con in testa il senso del possesso e la certificazione della prole da allevamento DOC: tutti riferimenti di un mondo atavico e ferale, dove sono monogame solo le mogli (mica come i corvi o i pinguini, per dire...) e agli uomini guerrieri spettano in premio sacerdotesse vergini o innumerevoli ragazze illibate, come le 72 famose che si attribuiscono alla vulgata occidentale del paradiso islamico, e tutto questo soltanto per non ammettere rancore e paura dell'uomo nell'assicurarsi la possibilità di essere l'unico padre e inseminatore possibile di figli non desiderati.
La cultura cattolica ci ha messo del suo col mistero della verginità di Maria, dogma che sin dal VI secolo dopo Cristo ha occupato schiere di prelati nello stabilire lo stato dell'imene di Maria prima, durante e dopo il parto di Gesù (la  propensione verso la ginecologia clinica in quegli ambienti è effettivamente molto nota e radicata), non considerando il fatto che prendere a modello sociale quella Sacra Famiglia, in cui per la madre sempre vergine effettivamente anche concepire un solo figlio è un miracolo, non è particolarmente efficace in termini di imitazione prolifica...
Tralasciando la mia facile ironia da atea (o agnostica?) su questi argomenti, resta la constatazione che tutto poteva essere risolto secoli fa, durante il Medioevo vero, se anche dalle mie parti, in un angolo trascurabile  di Liguria, esiste una leggenda come quella della michetta di Dolceacqua, una bella storia locale che racconta come il popolo stanco dello ius primae noctis (altra splendida istituzione che legava i sudditi al sovrano attraverso l'uso e l'abuso del corpo delle donne, che novità, eh?) a vantaggio dell'occupante genovese fosse riuscito a ottenerne l'abolizione, grazie alle ribellione delle donne. Questo successo viene festeggiato da allora con la preparazione di un dolcetto vagamente a forma di organo femminile, la michetta, che veniva finalmente donato liberamente dalle ragazze del paese.
Se nella cultura popolare una certa libertà di costumi è sempre stata concepita, celebrata o forse esorcizzata, perchè non è andata effettivamente così?
Perchè ancora si paga per decidere cosa fare o non fare del proprio organo femminile?

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