| Berlino, 2014 |
Non solo materiali, ma anche molti mezzi di comunicazione e nuove tecnologie, soprattutto di prospezione e misurazione del paesaggio. Avete mai pensato al kevlar, a tutti i materiali tecnici per lo sport (dall'antivibrazione per le racchette da tennis alle tecniche di impermeabilizzazione per l'abbigliamento o le calzature), l'attrezzatura da montagna o da sub, ma soprattutto internet, il GPS e tutte le tecnologie di telerilevamento e mapping? Ci avevate mai fatto caso?
Gran parte delle cose che rendono più facili molte nostre azioni banali e pacifiche, come viaggiare a camminare, sono nate in prima battuta per ben altri scopi, tutt'altro che nobili. Almeno nel nostro sentire comune.
Se è facile ripudiare la guerra quando pensiamo al mercato delle armi, diventa meno immediato collegare il nostro nuovo zaino da viaggio ai materiali bellici…
Tutti siamo più o meno consci che il nostro tenore di vita, anche quando non di lusso o consumista in modo esasperato, impatta in modo importante altrove nel mondo, ma non sempre vogliamo sentirci complici delle ingiustizie più schifose che esistono al mondo.
La prima volta che ho scoperto quanto i miei consumi potessero fare dei danni molto distante da me erano i primi anni '90 e a scuola mi parlarono dei boicottaggi di Nestlè e Nike che mi convinsero subito, tanto che ancora oggi cerco di starne alla larga, anche se non sono più così estremista come a quei tempi. Nel 2000 poi fece furore il libro inchiesta No Logo, di Naomi Klein, che ovviamente lessi pure io: il boicottaggio come arma di consumo non era mai entrato prima così prepotentemente anche nel mio guardaroba. La filiera del low cost, la globalizzazione e la delocalizzazione della produzione tessile sono fenomeni ormai noti a tutti, ma che non erano così scontati nell'Italia di allora, quando non si era ancora compiuta pienamente l'invasione del mercato da parte delle multinazionali del low cost nei nostri centri città e le poche aziende che conoscevamo in provincia erano quelle del gruppo Benetton, che sembra abbia pure fatto grandi danni in molte parti del mondo per procurarsi le lane con cui si era da sempre caratterizzata sul mercato italiano, oltre che per le campagne pubblicitarie che sembravano dei messaggi di pubblicità progresso…
In quegli anni ero giovane e convinta che davvero non ci restasse che il boicottaggio per essere minimamente incisivi sulle filiere nei paesi poveri del mondo, ma già allora portavo il concetto del boicottaggio ai suoi estremi logici: era tipico degli universitari umanisti e un po' frikkettoni utilizzare droghe leggere- farsi le canne, insomma!-, ecco, io non potevo non pensare alla filiera del prodotto (erano pure i tempi degli studi di archeologia della produzione, storiografia marxista a tutto andare!) deducendo che di sicuro quella canna stava finanziando le mafie e le guerre in chissà quale parte del mondo e certamente portava all'acquisto di armi. La filiera delle droghe non è mai stata etica, questo è ovvio, eppure nessuno lo ammetteva: perché?
Ipocrisia? Posa?
Lo stesso imbarazzo si provoca tuttora quando si porta all'estremo la discussione sull'eticità o meno di alcuni lavori, per la sostenibilità della filiera o dell'indotto: per esempio, l'industria di mine anti uomo e armi è condannabile di sicuro? E quella degli F 35 o dell'aeronautica? Lavorare per le multinazionali, le stesse che portano sfruttamento, inquinamento e ingiustizia ovunque nel mondo, è sostenibile? Cosa dovremmo fare per guadagnarci da vivere in modo etico, allora? Siamo tutti complici oppure tutti assolti?
Forse non è il boicottaggio puro la risposta, rischieremmo di non trovare nulla da fare senza impatto di ingiustizia in qualche altra parte del mondo; forse il punto è esportare i diritti ed essere consapevoli. Missione enorme, inarrivabile, magari frazionabile in tanti piccoli pezzi
: il nostro quotidiano interesse per l'altro, ognuno secondo le proprie inclinazioni… Chissà, forse è l'unico modo per non abbattersi nel nichilismo e nell'impotenza.
Nespresso, comunque, non mi avrai!
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