Non amo l'agiografia laica: le biografie nei racconti letterari o cinematografici rischiano di diventare di 'maniera' e quindi di ammantarsi di un pathos artefatto e poco credibile a scapito del messaggio.
Nonostante questo riconosco pienamente il valore degli esempi di chi ha percorso prima di noi la nostra esperienza e ha lasciato parole e azioni come traccia, stimolo e riconoscibilità delle nostre radici, ecco perché trovo sempre utile ricordarsi da dove arriviamo e chi si è misurato con realtà simili a quella attuale in precedenza- sono un'archeologa del resto e credo che nel nostro passato più anonimo e lontano ci sia molto da scoprire e imparare-, ma non posso non notare che il modo di raccontare certe grandi vite sia rimasto imbrigliato al genere degli exempla da troppo tempo ormai, con una dose eccessiva di moralismo che, mitizzando i fatti per rendere omaggio al soggetto del racconto, ne sminuisce la portate reale e realistica. La storia insomma.
Solo recentissimamente sono riuscita a vedere integralmente la ricostruzione cinematografica della vita di Giuseppe Di Vittorio, il fondatore della CGIL, Pane e libertà, un film in due puntate per la TV andato in onda su Rai Uno. Alcune scene di questo film per i militanti sindacali sono diventate giustamente ormai un must che viene utilizzato in molte occasioni, anche perché non esiste molto altro materiale "divulgativo" sul nostro fondatore: il discorso dei cafoni in Parlamento, l'incipit da cui inizia e finisce il film sull'attività sindacale e la necessità di portarla avanti nonostante le delusioni per il senso di giustizia e del dovere, per esempio.
I temi sono importantissimi e assolutamente interessanti e belli da raccontare, ma sono stati rappresentati con la cifra stilistica della biografia di cui dicevo sopra e con in più il gusto tipico destinato al pubblico nazionalpopolare e buonistico della prima serata di Rai Uno, che nemmeno le musiche di Ennio Morricone (anzi!) riescono a smorzare…
Eppure nella sceneggiatura sono riuscita a cogliere la ricorrenza di almeno due temi attribuiti al "personaggio" Di Vittorio che io trovo eccezionali e intimamente miei: l'inquietudine e la disobbedienza.
L'inquietudine viene riassunta nelle accuse ricevute dal protagonista di non saper stare al proprio posto: dai massari nelle tenute del padrone, durante la sua attività sindacale, in Parlamento prima del Fascismo… Al sindacalista Di Vittorio stanno stretti i ruoli sociali immutabili e ingiusti della società in cui vive che assegnava (e assegna) a ognuno il proprio posto dove rimanere fermi e zitti. Composti come in un galateo sociale.
L'aspetto della disubbidienza emerge invece nei rapporti con le organizzazioni strutturate- il Partito soprattutto, quello Socialista prima e Comunista poi, ma anche il Governo e l'autorità in generale- nei riguardi delle quali il Di Vittorio del racconto rivendica sempre indipendenza e autonomia per le sue posizioni e per quelle del Sindacato.
Forse hanno ragione gli autori di Pane e libertà a sintetizzare così alcuni aspetti del saper stare nelle organizzazioni (società in generale, partito e sindacato in particolare) di un uomo esemplare come Giuseppe Di Vittorio.
A me piace pensare che la destrutturazione non sia per forza un male e che tutti i grandi cambiamenti debbano passare da inquietudine e disobbedienza.
Le istituzioni degli uomini sono fatte per cambiare; gli ideali di giustizia, uguaglianza, solidarietà e libertà invece valgono sempre e per sempre.
Nonostante questo riconosco pienamente il valore degli esempi di chi ha percorso prima di noi la nostra esperienza e ha lasciato parole e azioni come traccia, stimolo e riconoscibilità delle nostre radici, ecco perché trovo sempre utile ricordarsi da dove arriviamo e chi si è misurato con realtà simili a quella attuale in precedenza- sono un'archeologa del resto e credo che nel nostro passato più anonimo e lontano ci sia molto da scoprire e imparare-, ma non posso non notare che il modo di raccontare certe grandi vite sia rimasto imbrigliato al genere degli exempla da troppo tempo ormai, con una dose eccessiva di moralismo che, mitizzando i fatti per rendere omaggio al soggetto del racconto, ne sminuisce la portate reale e realistica. La storia insomma.
Solo recentissimamente sono riuscita a vedere integralmente la ricostruzione cinematografica della vita di Giuseppe Di Vittorio, il fondatore della CGIL, Pane e libertà, un film in due puntate per la TV andato in onda su Rai Uno. Alcune scene di questo film per i militanti sindacali sono diventate giustamente ormai un must che viene utilizzato in molte occasioni, anche perché non esiste molto altro materiale "divulgativo" sul nostro fondatore: il discorso dei cafoni in Parlamento, l'incipit da cui inizia e finisce il film sull'attività sindacale e la necessità di portarla avanti nonostante le delusioni per il senso di giustizia e del dovere, per esempio.
I temi sono importantissimi e assolutamente interessanti e belli da raccontare, ma sono stati rappresentati con la cifra stilistica della biografia di cui dicevo sopra e con in più il gusto tipico destinato al pubblico nazionalpopolare e buonistico della prima serata di Rai Uno, che nemmeno le musiche di Ennio Morricone (anzi!) riescono a smorzare…
Eppure nella sceneggiatura sono riuscita a cogliere la ricorrenza di almeno due temi attribuiti al "personaggio" Di Vittorio che io trovo eccezionali e intimamente miei: l'inquietudine e la disobbedienza.
L'inquietudine viene riassunta nelle accuse ricevute dal protagonista di non saper stare al proprio posto: dai massari nelle tenute del padrone, durante la sua attività sindacale, in Parlamento prima del Fascismo… Al sindacalista Di Vittorio stanno stretti i ruoli sociali immutabili e ingiusti della società in cui vive che assegnava (e assegna) a ognuno il proprio posto dove rimanere fermi e zitti. Composti come in un galateo sociale.
L'aspetto della disubbidienza emerge invece nei rapporti con le organizzazioni strutturate- il Partito soprattutto, quello Socialista prima e Comunista poi, ma anche il Governo e l'autorità in generale- nei riguardi delle quali il Di Vittorio del racconto rivendica sempre indipendenza e autonomia per le sue posizioni e per quelle del Sindacato.
Forse hanno ragione gli autori di Pane e libertà a sintetizzare così alcuni aspetti del saper stare nelle organizzazioni (società in generale, partito e sindacato in particolare) di un uomo esemplare come Giuseppe Di Vittorio.
A me piace pensare che la destrutturazione non sia per forza un male e che tutti i grandi cambiamenti debbano passare da inquietudine e disobbedienza.
Le istituzioni degli uomini sono fatte per cambiare; gli ideali di giustizia, uguaglianza, solidarietà e libertà invece valgono sempre e per sempre.

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